Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto

QFabrizio De Andrè non può essere definito né poeta né musicista. La sua poesia e la sua musica, prese separatamente, non sono eccezionali, mentre l’accostamento delle due crea qualcosa di unico che non è némusica né poesia ma tutte due allo stesso momento. Le grandi parole senza accompagnamento

non sarebbero sufficienti a ipnotizzare l’ascoltare come un bimbo di fronte a una favola, una favola che viene visualizzata anche nella mente adulta con l’aiuto delle note e del linguaggio. Non si tratta di una retorica magistrale ma di un buffo accostamento di due diverse visioni: la semplicità del bambino che si confronta col criterio dell’uomo.
A questo punto ho pensato che, proprio come la sua musica, lo stesso De Andrè è il risultato di un’armonia data dalla fusione di elementi discordanti: un ironico,cinico, talvolta volgare e infantile che non sarebbe stato altro senza la sua grande sensibilità, capace di arricchire il sarcasmo senza eliminarlo. Il modo in cui viene affrontato il tema della morte è un esempio di     come a volte la sua visione vada dal drammatico al comico, quasi per sbeffeggiare l’ineluttabile “sorella morte”.  Il filo conduttore delle sue storie è invece l’amore, non nel senso più banale del termine; si parla di amore per la morte,per la vita, per gli ultimi e per l’amore stesso. 

L’attenzione che Faber ha rivolto nei confronti di chi vive ai margini della società ha permesso che le generazioni, sia precedenti che successive al ‘68, si affezionassero anche politicamente. Il fatto che non abbia mai parlato esplicitamente di politica, ma abbia sempre usato la sua retorica per esprimere dissenso, ha fatto sì che persino Matteo Salvini usasse le sue frasi per parlare della situazione attuale:  si tratta di un’enorme contraddizione o della dimostrazione dell’universalità dell’artista? Sinceramente trovo bellissimo il modo in cui ognuno possa interpretare le canzoni come fossero poesie e farle proprie con significati diversi. Mi chiedo però cosa direbbe, a vent’anni dalla sua morte (11 gennaio 1999), il cantautore che tanto scrisse contro i “colletti bianchi” e a favore del clandestino, del povero e della puttana, per non parlare del pregiudizio e della paura scaturiti dalla questione terrorismo o anche solo dal decreto Sicurezza che oggi sta cercando di riformare il paese. Alla fine tutto ciò che ci resta è la sua produzione letterario-musicale e non è poco,  anche perché,se quello che ho scritto è vero, non faremo fatica ad adattarle alla nostra epoca. Fabrizio De Andrè e la sua fama hanno dimostrato che il buon artista non è un artista di nicchia o di partito, ma colui che permette anche una strumentalizzazione del suo messaggio, viziato e riproposto in contesti inadatti persino per una poesia così libera e globale. Io preferisco ritornare ad ascoltare i suoi testi allo stesso modo in cui li ascoltavo da bambina, senza afferrarne i significati e i riferimenti ma lasciando che,nel suo insieme, mi avvolgesse una poesia che non riconoscevo come tale.

Francesca Thermes

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*