Divertissement

Ecco, egli era dovunque così, sfaccendato, indifferente; questa strada piovosa era la sua vita stessa, percorsa senza fede e senza entusiasmo, con gli occhi affascinati dagli splendori fallaci delle pubblicità luminose.”

Alla fine dei Ruggenti Anni Venti, quando sembra resistere l’illusione della ripresa dopo la Prima Guerra Mondiale, la borghesia è ancora, dopo più di un secolo, la protagonista indiscussa del panorama sociale. Tuttavia si iniziano ad avvertire le prime stridenti avvisaglie della crisi dei valori, che sfocerà definitivamente solo nel Secondo Dopoguerra. In questo clima sociale e quindi letterario, secoli dopo la condanna dell’accidia da parte di Dante e poco prima della pubblicazione de L’étranger di Camus, Alberto Moravia (1907-1990) scrive Gli Indifferenti (1929), che diventerà uno dei romanzi più critici sulla mediocrità della borghesia,

sebbene il giovane scrittore, poco più che diciottenne, l’abbia costruito soprattutto per rendersi conto della bassezza raggiunta dalla sua classe sociale d’estrazione. La vicenda ha una struttura quasi aristotelica: si svolge in pochi giorni, e pochi sono i fondali scenici di questa tragicomica rappresentazione, che segue le azioni, o meglio i pensieri, di una tipica famiglia borghese del suo tempo. Carla e Michele sono i due giovani figli di Mariagrazia, vedova, che intrattiene una storia fintamente clandestina con Leo, uomo d’affari e donnaiolo, che tenta di raggirare l’amante per farsi vendere la di lei casa. Le relazioni fra i personaggi sono dettate dalle convenzioni sociali, in virtù delle quali l’apparenza vela dei legami grotteschi, che la società considera amorali ma che segretamente accetta come consuetudine. La borghesia, infatti, è totalmente presa in una sorta di sdoppiamento della personalità: da una parte c’è

quello che si pensa, dall’altra quello che si dice. Se la “vecchia generazione”, incarnata da Leo e Mariagrazia, vive quasi con gioia le frivolezze e i cliché della borghesia, i giovani fratelli non riescono ad aderire completamente alla realtà che li circonda. Perciò essi si fanno portatori di un controvalore, l’indifferenza, in modi diversi ma con esiti analoghi. Carla è smaniosa di cambiare a tutti i costi il suo presente squallido e il suo ancora più squallido futuro, animata da un sentimento di distruzione verso di sé e verso i tanto odiati schemi familiari, che ha respirato in casa fin da bambina. La casa non è presentata come un caldo rifugio, anzi; Moravia fa sì che il lettore la percepisca, attraverso gli occhi di Carla, come un gioco di luci e ombre, di contrasti fra gli oggetti, che sono allegoria di una soffocante condizione esistenziale1. I muri vedono azioni mostruose e amorali, si nutrono della disperazione e della generale tendenza al malcontento che riversano sempre più sui personaggi, in una sorta di circolo vizioso. Forse è per questo che Carla finisce sempre di più per inserirsi a perfezione nel ruolo di spregiudicata donna borghese, interpretato dalla madre, che aveva tanto disprezzato.

Michele è ancora più complesso della sorella, è l’unico personaggio oscuramente cosciente2, e perciò sperimenta una doppia inconsistenza, più profonda di quella di Carla: interiore, perché le sue emozioni passano come ombre sulla sua anima, schermata

 dall’indifferenza; esteriore, perché egli sente di non appartenere a un mondo senza valore. Ma non si configura neanche fra gli idealisti: nulla lo smuove, nulla lo anima; sempre senza meta, i sui pensieri si dipanano lungo tutto il corso del romanzo e nella sua mente si costruiscono vere e proprie tragedie, nonostante i protagonisti siano le figure comiche, grottesche che lo circondano. Ma dopo tutto questo pensare nulla resta, nessuna azione, solo finzione da teatro.

Cosa manca ai personaggi, qual è la causa di una frustrazione così grande da portare all’autodistruzione? Una totale assenza d’amore. In questo quadro scarno e realistico i personaggi sono sempre più uniti nel corso del romanzo, ma non dall’affetto, bensì dai loro ruoli sociali e, soprattutto, dalla loro brama di soldi e successo. Addirittura, non è presente neanche la sua forma più naturale e pura, ovvero l’amore materno: Mariagrazia è, nei confronti di Carla e Michele, una madre completamente inadeguata. La mancanza di fondo dell’amore fa sì che i personaggi non sappiano in realtà cosa esso sia effettivamente, e nel cercare un senso alla loro vita finiscono per riempire il vuoto con frivolezze e con miseri surrogati: possesso, sfruttamento, amore fintamente innocente solo perché rivolto verso la tanto bramata giovinezza.

Nella miseria morale che contraddistingue il romanzo, non pare esserci spazio per l’innocenza: persino il tocco e il sorriso di un bambino vengono evitati, quasi a proteggere il proprio vuoto interiore, nascondendosi sempre più dietro la propria maschera: dopotutto cos’è la vita se non un’eterna giovinezza giocata nel divertissement?

Silvia Fedele

1 Alessandra Grandelis, nota critica ne Gli indifferenti, Bompiani, 2016.

2 Edoardo Sanguineti, Alberto Moravia, Mursia, 1962.

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